L’anima non conta?

C’erano tante facce felici attorno a lui. Bambini che correvano sul ponte e mamme che li osservavano con occhi pieni di amore sdraiate mollemente sulle sdraio. Giovani coppie che ammiravano il mare, dietro il parapetto, che si stendeva a perdita d’occhio. Il traghetto era stipato, cosa piuttosto normale visto il periodo. C’era chi leggeva un libro, chi era sdraiato a terra a prendere il sole, chi, vinto dalle lunghe ore di viaggio per raggiungere il porto, era mollemente addormentato sulla sedia di uno degli svariati bar ristoro dei ponti inferiori.

Erano tutti all’inizio delle proprie vacanze e si poteva ancora respirare l’attesa della scoperta. Si respirava leggerezza e una sottile felicità data dalla prospettiva di qualche settimana di ferie dopo un anno di lavoro.
Ci sono pochi momenti più sereni di quelli che precedono l’inizio di qualcosa atteso così a lungo, si conserva l’illusione della magia di cosa ci attende senza essere ancora esposti al rischio della delusione e agli innumerevoli contrattempi che possono rovinare qualsiasi piacevolezza.
Lui, lui era escluso. Non partecipava a quella festa cangiante e silenziosa. Il traghetto continuava il suo lento viaggio tagliando con la possente chiglia le onde lunghe del mare calmo.

Osservava la costa che si allontanava e diveniva sempre più piccola. Sempre più piccola, mentre la distanza con tutto ciò che amava, aumentava. Era una sensazione strana. Il lavoro è lavoro continuava a ripetersi, mentre il vento fumava la sua sigaretta e gli scompigliava i capelli. Non aveva alcun diritto di lamentarsi, in fondo era l’unico modo per crescere, così gli avevano detto.

“Il trasferimento rappresenta un’ottima opportunità di crescere, non puoi rimanere qua per sempre, sei giovane, non hai legami e questo passaggio sarà fondamentale per la tua carriera”
Avrebbe dovuto rispondere semplicemente: “No, grazie”, non aveva avuto il coraggio di farlo.

Aveva ricercato una approvazione lavorativa che colmasse tutti quegli interstizi lasciati dalle ferite del passato. Poi. Poi c’era la prospettiva di crescita, una posizione di maggior prestigio con maggiori responsabilità e maggior guadagno. Sarebbe riuscito a colmare i suoi vuoti con il lavoro. Sarebbe stato solo, completamente solo, ma ce l’avrebbe fatta. C’erano persone che alla ricerca di un domani migliore si consegnavano nelle mani di scafati delinquenti e partivano verso la terra promessa sperando di trovare pace, serenità ed un’opportunità di una vita diversa, con viaggi di sola andata, senza bagagli, stipati su imbarcazioni rattoppate, senza alcuna certezza. Non aveva alcun diritto di lamentarsi.

Lui sapeva dove stava andando, aveva già un lavoro, una sistemazione, un’auto ed una valigia con sé che gli ricordava da dove veniva. Allora perché più il traghetto proseguiva il suo viaggio, lento e sicuro, più sentiva il peso della valigia aumentare? Avrebbe dovuto essere un trasferimento dai tre ai cinque anni, al massimo, poi sarebbe tornato sul continente, avrebbe sicuramente avuto la possibilità di tornare a casa di tanto in tanto se lo avesse voluto. Un privilegio che ai meno fortunati non è mai concesso.
Si sentiva un bambino capriccioso, non riusciva a fermare il flusso di pensieri, a staccare gli occhi dalle onde, lo sguardo vuoto e le orecchie ovattate dal vento che portava gli schiamazzi dei bambini, le risate dei padri, l’uggiolare spaventato dei cani. Aveva portato la consueta scorta di libri, un asciugamano per stendersi e tutto il necessario per rendere la traversata più confortevole possibile, ma l’unica cosa che avrebbe voluto in quel momento sarebbe stata qualcuno che condividesse quel viaggio con lui, che sopportasse assieme a
lui tutte quelle incognite che lo attendevano. Solo, eppure immerso in una moltitudine di persone, di volti, di mani, di occhi.
Batté la punta della scarpa sul parapetto, si girò, stese l’asciugamano sul ponte e si sdraiò cercando conforto tra i disegni delle nuvole che scorrevano veloci nel cielo sopra il traghetto. In fondo era fortunato. Aveva un lavoro, per di più a tempo indeterminato. Era una mosca bianca per la sua generazione, uno dei pochi che non avevano mai dovuto vivere a scadenza. Scadenze a tre, sei, dodici mesi, in base alla durata dei propri contratti, senza sapere cosa sarebbe stato di loro, dopo. Costretti ad avere in mano un obiettivo macro, in un mondo popolato di grandangoli. Era uno dei pochi che si poteva ancora permettere alla sua età una visione del panorama, un progetto, una programmazione a lungo termine.
E allora perché sentiva questa sensazione di malessere alla bocca dello stomaco?

Perché sentiva che quella scelta era profondamente sbagliata?
La sua intera vita era stato un viaggio. Un viaggio per la sopravvivenza, per il lavoro, per trovare un posto nel mondo, quel mondo in cui si sentiva armato solo di secchiello e paletta mentre tutti gli altri avevano calce e mattoni.

Una situazione famigliare incerta. Si, all’inizio era stata dura, trovarsi a diciotto anni in casa di altri senza una idea ancora precisa di come stare in quel mondo, ma col tempo era diventata la sua normalità. Aveva imparato a fare a meno, si era perso la leggerezza delle spalle coperte, ma ne aveva guadagnato in senso di responsabilità. Si era trovato nell’impellenza di dover bruciare le tappe, aveva tentato la via della laurea, senza riuscire a farcela, ma aveva guadagnato una indipendenza condivisa che finiva giusto in corrispondenza della metà di quella stanza doppia che per molti anni era diventata la sua casa. Aveva imparato anche a sbagliare e aveva scoperto che gli errori quando si è soli si pagano doppio, ma insegnano il triplo. Era diventato rigido, glielo dicevano tutti, ma quella rigidità gli serviva come stampella per non trovarsi mai a dover chiedere aiuto agli altri. Ostentava sicurezza, sorrideva spesso e molti si chiedevano come potesse raccontare tutto ciò che gli era accaduto con una tale leggerezza e semplicità.
Un bambino gli corse vicino, sfiorandoli la testa con una scarpa, si girò di scatto, giusto in tempo per vedere il sorriso della madre che si apriva mentre il bambino saltava tra le sue braccia. Sorrise anche lui. E capì.
Il suo posto non era lì, non era su quel traghetto, non era in quella giacca, non era in quel ruolo. Capì che la sua vita era stata governata fino a quel momento dalla paura, la paura di perdere ciò che aveva guadagnato, la paura di fidarsi e affidarsi a qualcuno che fosse altro da sè, la paura di perdere il controllo e lasciarsi andare. Poi era arrivata lei.
Si, perché c’era lei. Lei che lo avrebbe aspettato a casa per tre anni. Lei.
Le loro strade si erano incrociate più volte, si erano sfiorate, si erano allontanate e poi si erano incontrate e fuse giusto qualche giorno dopo il sì a quello stupido trasferimento. Un mese e mezzo, forse troppo poco per capire tutto, ma abbastanza per sentirsi legato a lei indissolubilmente, per sentire di aver trovato tutto ciò che aveva sempre cercato. Un giorno dopo l’altro, un gesto dopo l’altro, lei era riuscita a metterlo a nudo, ad accoglierlo, ad entrare dentro quella corazza che si era costruito attorno per non permettere a nessuno di ferirlo di nuovo.

Un mese e mezzo in cui ogni giorno un tassello andava al proprio posto, dove ogni sorriso, ogni parola, ogni flusso non consequenziale di pensieri diventava una nuova pennellata su una tela bianca che si riempiva di colori, di suoni, di sguardi, di piccoli gesti quotidiani. Una tela che pesava più di qualsiasi valigia e che ad ogni onda che passava sotto la chiglia di quel traghetto diventava sempre più pesante, fino a diventare un’ancora che lo richiamava verso casa. Casa. Si, nel suo costante girovagare, aveva avuto tante abitazioni, ma mai una Casa. I suoi occhi, i suoi sorrisi, le sue braccia erano diventati la sua casa. Non gli era mai
capitato, sentirsi pieno, riempito, in ogni interstizio, immerso in una naturalezza che rendeva ogni attività quotidiana unica, riempiendo di senso anche la più banale delle attività.
Quando quella madre aveva preso tra le braccia il suo bambino, lui aveva immaginato lei. E aveva capito.

Che si fotta il lavoro sicuro, il fatturato, gli indici e quant’altro. Non era mai stato ciò che gli serviva. Aveva già rinunciato a troppe cose in nome del lavoro, non avrebbe rinunciato anche a lei, al sogno di una famiglia assieme, a quella meravigliosa quotidianità.
Il cielo cominciava ad imbrunire ed il vento si fece più freddo, si avvicinava la costa di quell’isola sconosciuta eppure già odiata, i passeggeri ripararono nei ponti inferiori, rimase solo, bloccato su quell’asciugamano dalla tempesta della sua mente.

L’avrebbe sentita, sarebbe andato a trovarla ogni qual volta fosse stato possibile. Non si sarebbero persi, lei l’avrebbe aspettato, non poteva lasciare quel lavoro. Si era sentito coraggioso quando aveva preso quella decisione di accettare quell’incarico, ma se non si fosse trattato di coraggio? Quale coraggio c’era nell’abbandonare tutto e tutti e fuggire via, da qualche altra parte? Forse il coraggio, quello vero, stava nel tornare, nell’inseguire i propri sogni senza sacrificarli sull’altare delle aspettative altrui.

Immaginava una vita con lei, le letture sul divano la domenica, il suo respiro al suo fianco mentre si addormentava serena, i progetti condivisi, le loro interminabili chiacchierate, la gioia del ritrovarsi ogni sera a casa dopo il lavoro. Quanto denaro e quanto lavoro sarebbe servito per riuscire a ripagare tutti quei giorni passati distanti, tutti quegli istanti di felicità, di estrema naturalezza, perduti? Nessuna cifra sarebbe bastata.
“Gli incontri più importanti sono già combinati dalle anime prima ancora che i corpi si vedano”
Lo aveva scritto lei sul segnalibro che gli aveva regalato il giorno prima della partenza. Era ciò che sentiva, pur non avendo mai creduto nel destino.
Avrebbe avuto coraggio.
Il traghetto attraccò.

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