Risorse Umane

Photo by Francesco Paggiaro on Pexels.com

Il mondo del lavoro in Italia è una giungla. Ho passato la mia vita lavorativa non rendendomi conto di quanto fossi fortunato a lavorare per aziende organizzate, spesso multinazionali, che mettevano i dipendenti nella condizione migliore possibile di svolgere il proprio lavoro, lamentandomi spesso di cose che adesso mi sembrano irraggiungibili e quasi ritengo superflue.

Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale”



Dico quasi, perché sono tutto fuorché superflue e dovrebbero essere alla base di qualsivoglia attività, semplice o complessa che sia.
Mi sono scontrato con la dura realtà quando ho deciso di fare un salto nel vuoto allettato dalla possibilità di aiutare una piccola azienda familiare a trasformarsi in qualcosa di più organizzato, più efficiente e più redditizio. Ero consapevole della difficoltà che avrei potuto incontrare, ma non mi sarei mai immaginato di trovarmi immerso in una realtà così disorganizzata e mal gestita.
Che poi disorganizzazione e mal gestione possono sempre essere recuperate, corrette in qualche modo, basta avere la volontà di migliorarsi ed imparare. Il male peggiore sono le teste abituate a pensare in un determinato modo e che non hanno alcuna intenzione di cambiare.

Le teste che pensano che il dipendente sia proprietà aziendale, debba necessariamente fare più ore di quelle per il quale è pagato e debba essere disponibile sempre, anche se viene avvisato dieci minuti prima o alle tre di notte. Dove non c’è e non ci può essere una reale valorizzazione delle qualità di nessuno perché ognuno a modo suo è visto come un problema e deve essere solo grato di poter ricevere anche uno stipendio per quello che fa. Non importa che le ore contrattuali siano 4 e magari ne lavori 12. Questa è la normalità delle cose. Salario minimo, paga da fame per tutti, mentre il proprietario o i titolari di turno continuano a fare investimenti opinabili, comprando una moto a nome della società ( che nulla ha a che fare con l’ambito merceologico della stessa) o prendendo stipendi sovradosati, anche in tempo di Covid, lamentandosi poi delle finanze aziendali e chiedendo sacrifici ulteriori ( cassa integrazione, mancati pagamenti di tredicesime e quattordicesime, riduzioni degli stipendi) a chi già stenta ad arrivare a fine mese.
Ero stato assunto come impiegato amministrativo contabile con il compito di migliorare la gestione economica, rendicontare in maniera organica le spese, effettuare i versamenti settimanali ed occuparmi dei pagamenti e della contrattazione con i fornitori. Assunto con una paga di base bassa, ma decente, fiducioso di vederla crescere date le promesse che mi erano state fatte. Sono finito a fare innumerevoli viaggi avanti e indietro a consegnare prodotti ai vari punti vendita, approvvigionare con urgenza al prezzo peggiore possibile perché la gestione degli ordini era inesistente e frammentata, fare il cassiere, impacchettare prodotti, gestire il personale per poi essere insultato quando le soluzioni che proponevo non erano abbastanza punitive o troppo condiscendenti nei confronti del dipendente. Correre da una parte all’altra con la mia macchina personale come una sorta di segretario assistente tuttofare alla mercé dei desideri di un capo che non aveva intenzione di migliorare di un millimetro il suo modo di gestire l’azienda, voleva solo qualcuno che si occupasse della gestione dei danni fatti dalle sue pessime decisioni, in una costante spirale discendente verso il fondo del barile.


E le mie mansioni? Le avrei dovute svolgere nel mio tempo libero, quando ero presente c’era sempre qualcosa di più importante, di più urgente da svolgere e non c’era mai tempo di parlare.
Reperibilità 24 ore su 24, senza tregua, sia in ferie che in cassa integrazione, si pretendeva che io ci fossi sempre.

Ed ho capito che non contava quante ore facessi, quante ore mi impegnassi, quante mansioni e quanti compiti avessi completato, quante fatture avessi registrato o quanto segnalassi che quelle spese non erano proprio opportune in quel momento, non gliene fregava niente a nessuno. Era solo sfruttamento. Mentre le ore aumentavano e le richieste decuplicavano, arrivava sempre lui, il titolare, con il fare del buon padre di famiglia contrito che ti diceva: “Sai com’è, il covid, la crisi, dobbiamo salvaguardare, eh, dalla prossima settimana fai solo venti ore, dobbiamo contenere i costi”, magari appoggiato al nuovo macchinario, irrinunciabile, acquistato a cifre esorbitanti una settimana prima e tu li a pensare come farai ad arrivare a fine mese, pregando di trovare un lavoro meno indecente prima o poi.

Magari lo trovi e mandi tutti a fare in culo, come ha fatto da qualche giorno l’ennesimo dipendente che se ne è andato, trovandone uno dove magari non è vessato e mobbizzato in tutti i modi possibili e immaginabili.

Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale”


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